DIMMI CHE ZAINO PORTI E TI DIRÒ CHI SEI

Cammini per strada e lo vedi ovunque: sulle spalle degli studenti, dei pendolari, dei turisti. Lo zaino è diventato l’oggetto simbolo del nostro tempo, molto più di un semplice contenitore. È uno specchio della nostra psicologia, della nostra filosofia di vita. Per il prepper cittadino, lo zaino è un’estensione della mente: racconta chi sei, come ragioni e quanto sei davvero pronto.

Minimalisti e consapevoli

C’è chi porta con sé il minimo indispensabile.
Lo zaino leggero, essenziale, con poche tasche ben organizzate, appartiene a chi sa esattamente cosa gli serve e perché. È il prepper cittadino maturo: consapevole che in città la velocità e l’agilità contano più della quantità. Un coltellino, una power bank, un telo multifunzione, due medicinali chiave: con poco, questa persona sa cavarsela in tante situazioni.
La filosofia è chiara: più esperienza, meno peso.

Accumulatori insicuri

All’opposto, ci sono quelli che nello zaino mettono di tutto.
Borracce, torce di riserva, tre cambi di vestiti, scatolette per un giorno e mezzo, quaderni, penne, kit di pronto soccorso gigante, magari pure un fornellino a gas. Lo zaino diventa un piccolo bazar portatile. La logica è: “tutto può servire”. Ma in realtà è la spia di un’insicurezza di fondo. Questi zaini spesso restano a casa, troppo pesanti per accompagnare la vita di tutti i giorni. Risultato: più peso, meno libertà.

Lo zaino come status

C’è poi un fenomeno interessante: oggi lo zaino è anche un oggetto sociale. Marchi, materiali, estetica contano tanto quanto il contenuto. Non è raro vedere persone con zaini “tattici” che però dentro hanno solo un laptop e un caricatore. In questo caso, più che la preparazione, parla il desiderio di appartenenza: mostrarsi pronti, sentirsi diversi dalla massa, o semplicemente cavalcare una moda.

La regola del “sapere cosa”

Il vero discrimine non è quante cose porti nello zaino, ma se sai perché sono lì.

  • Ogni oggetto deve avere uno scopo chiaro.
  • Ogni oggetto deve essere utile in più contesti.
  • Ogni oggetto deve rispondere a un bisogno reale, non a un’ansia astratta.

Chi ha interiorizzato questa regola porta uno zaino che diventa strumento, non zavorra.

Focus

“Dimmi che zaino porti e ti dirò chi sei” non è solo un modo di dire: è un invito a guardare dentro di sé. Lo zaino di un prepper cittadino non racconta solo cosa hai deciso di mettere dentro, ma come affronti l’incertezza della vita. Essere preparati non significa caricarsi di oggetti, ma allenarsi a scegliere bene.

WYRYKI: NON UN DRONE RUSSO, MA UN MISSILE POLACCO HA DISTRUTTO IL TETTO

Nella notte tra il 9 e il 10 settembre, la Polonia è stata nuovamente teatro delle incursioni di droni russi. Diversi velivoli sono stati abbattuti, ma un episodio a Wyryki, nella regione di Lublino, ha suscitato interrogativi fin dal primo momento.

Il tetto di una casa era stato completamente distrutto, e inizialmente si pensava fosse stato colpito da un drone o da un suo frammento. La procura di Lublino aveva parlato di cause incerte, mantenendo il massimo riserbo.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Rzeczpospolita, le indagini avrebbero invece portato a una conclusione sorprendente: non un drone russo, ma un missile aria-aria lanciato da un F-16 polacco sarebbe precipitato sull’abitazione, a causa di un malfunzionamento del sistema di guida.

Un missile fuori controllo

La fonte citata dal giornale spiega che il missile, lungo circa 3 metri e dal peso superiore ai 150 kg, non ha provocato un’esplosione solo grazie ai dispositivi di sicurezza della spoletta, che hanno impedito l’innesco. Resta il fatto che il razzo sia caduto direttamente sul tetto della casa, distruggendolo.

Il proprietario, Tomasz Wesołowski, ha raccontato a Reuters di aver udito un forte botto subito dopo il passaggio di un aereo, e di aver trovato il tetto letteralmente sbriciolato. Anche la moglie, Alicja, ha parlato di momenti di terrore, pensando persino a un attentato.

Danni stimati e sfollamento

Secondo il sindaco di Wyryków, Bernard Błaszczuk, i costi per la riparazione sono stati stimati in circa 50.000 zloty (poco più di 11.000 euro). La famiglia è stata sistemata in un appartamento provvisorio, in attesa di capire se potrà tornare nella propria abitazione.

Prepping Cittadino

L’episodio di Wyryki insegna che il prepping cittadino non è paranoia, ma prudenza concreta. Anche lontano dal fronte, le famiglie possono trovarsi improvvisamente senza casa o senza certezze. Prepararsi oggi significa non farsi trovare impreparati domani.

MONTAGNE “RUSSE”

La sensazione di “montagne russe” emotive è reale. Non è solo una percezione: in giornate come quella di ieri, 15 settembre 2025, i segnali che ci hanno inondato da più direzioni sono stati contraddittori e volutamente ambigui.

Proviamo a mettere ordine:

Escalation verbale
– La dichiarazione di Peskov (“NATO di fatto in guerra con la Russia”) è durissima, ed è il tipo di frase che fa saltare tutti i radar mediatici.
– Questo alimenta l’idea che siamo a un passo dal conflitto globale.

Gestualità opposta (apertura)
– Nello stesso arco temporale, però, Mosca e Minsk fanno vedere le esercitazioni a osservatori USA e NATO.
– È un messaggio diverso: vi mostriamo, quindi non stiamo preparando un attacco a sorpresa.

Il gioco della doppia comunicazione
– Sia Russia che NATO usano due registri contemporaneamente: minacciare per tenere alta la pressione e aprire finestre di trasparenza per evitare che la pressione diventi ingestibile.
– Questo crea la schizofrenia apparente: oggi sembra guerra mondiale, un’ora dopo sembra quasi routine militare.

Cosa significa davvero?
– Non siamo a un passo dall’inizio automatico della Terza Guerra Mondiale: nessuno, né Mosca né Washington, ha convenienza ad arrivarci.
– Siamo però in un contesto di rischio elevato, dove ogni dichiarazione o esercitazione ha un peso enorme perché viene letta come un possibile preludio.

Perché i media alimentano confusione
– Ogni agenzia prende un frammento: Reuters rilancia l’apertura, Tass rilancia la forza, i media italiani spesso arrivano in ritardo o scelgono un solo angolo.
– Risultato: sembra che la realtà cambi di ora in ora, mentre in realtà convivono tensione costante + piccoli atti di controllo della tensione.

Dati alla mano

Ieri, INDICE LPL, per l’Europa ad un certo punto della giornata è schizzato ad un valore estremamente alto.

Ecco una sintesi:

Alert Papa Lima Papa – 15 settembre 2025

  • Rischio globale (mondiale): 7/10
    – Livello alto, ma non critico. Le parole di Peskov hanno alzato la temperatura, ma le aperture sulle esercitazioni mostrano che nessuno vuole lo scontro diretto immediato.
  • Rischio Europa (area NATO-Russia): 8/10
    – Zona calda. Le esercitazioni Zapad-2025 + retorica sulla NATO in guerra portano l’Europa vicina al punto di frizione. Baltici e Polonia in massima allerta.
  • Rischio Italia: 4/10
    – Per ora basso-medio. L’Italia non è al fronte, ma come membro NATO resterebbe coinvolta se ci fosse escalation. Nessun segnale specifico su minacce dirette al territorio nazionale.

Interpretazione pratica

Non siamo nel “giorno X”: non c’è un segnale operativo di guerra immediata.
Siamo però in fase di stress-test: dichiarazioni dure + gesti di trasparenza servono a spostare la linea rossa un po’ più avanti ogni giorno.
Le prossime 72 ore saranno da monitorare attentamente per capire se il clima rimane sotto controllo (commenti misurati da USA/NATO/RUSSIA) o se partirà un altro giro di provocazioni.

FOCUS
Non è che oggi è guerra mondiale e domani no — siamo dentro a una fase in cui ogni gesto viene esasperato, e i segnali opposti fanno parte della stessa strategia di pressione.

Ora più che mai è fondamentale mantenere un approccio pragmatico e lucido, senza lasciarsi travolgere dal flusso delle notizie.
Il pericolo esiste, è evidente e non va sottovalutato. Allo stesso tempo, però, il rischio peggiore sarebbe cedere al panico, all’ansia o alla disperazione: non servirebbe a nulla.

Le informazioni che raccogliamo devono essere sempre filtrate e valutate con attenzione, secondo i protocolli già disponibili sul nostro portale, per poi agire di conseguenza.

Per l’Italia, il livello di rischio resta molto basso. Continuiamo a monitorare la situazione con algoritmi dedicati e vi aggiorneremo costantemente su ogni sviluppo significativo.

Il nostro consiglio è semplice: fate buon uso delle informazioni che vi forniamo, interpretatele con intelligenza e coglietene lo spirito in maniera ragionevole

NORMALITY BIAS: IL PREGIUDIZIO DELLA NORMALITÀ

Il Normality Bias (in italiano “bias della normalità” o “pregiudizio di normalità”) è un meccanismo psicologico per cui, di fronte a una situazione anomala, imprevista o potenzialmente catastrofica, le persone tendono a sottovalutarne la gravità e a comportarsi come se tutto fosse normale.

In pratica, la mente cerca di mantenere una percezione di continuità e stabilità, rifiutando o minimizzando segnali che indicherebbero un pericolo imminente.

Caratteristiche principali

  • Negazione iniziale: si tende a pensare che l’evento sia passeggero o che “non possa essere così grave”.
  • Reazioni lente: le persone faticano ad adattarsi rapidamente e a prendere decisioni drastiche, anche quando la situazione lo richiede.
  • Influenza sociale: vedere che altri non reagiscono rafforza l’idea che non ci sia motivo di preoccuparsi.
  • Conseguenze: può portare a ritardi nelle evacuazioni, a non seguire ordini di sicurezza o a ignorare allerte ufficiali.

Esempi pratici

  • Durante un incendio, alcuni restano seduti al loro posto pensando che sia solo un falso allarme.
  • In caso di alluvione o terremoto, molti aspettano segnali “più evidenti” prima di agire.
  • Nell’attuale contesto geopolitico o tecnologico, c’è chi minimizza segnali di escalation o blackout perché “tanto non succederà davvero”.

In sostanza, il Normality Bias è un autoinganno che ci spinge a preferire l’illusione di stabilità alla realtà del cambiamento improvviso.

Cos’è il Normality Bias

È un meccanismo mentale di difesa: la mente rifiuta di accettare che la normalità sia stata interrotta, convincendoci che “non può essere così grave” o che “tornerà tutto a posto subito”.

Perché accade

  • Autoconservazione psicologica: la mente riduce lo stress minimizzando il pericolo.
  • Influenza sociale: se gli altri non reagiscono, ci convinciamo che non serva agire.
  • Esperienze passate: se in passato non è mai accaduto nulla di grave, si tende a credere che nemmeno stavolta succederà.

Esempi concreti

  • Persone che non evacuano durante un incendio pensando a un falso allarme.
  • Comunità che ignorano allerte meteo fino all’ultimo minuto.
  • Reazioni lente in caso di attacchi, blackout o emergenze urbane.

Conseguenze del Normality Bias

  • Ritardo nelle decisioni.
  • Maggior esposizione al pericolo.
  • Difficoltà a proteggere sé stessi e i propri cari.

Come contrastarlo

  • Allenare la consapevolezza: riconoscere che anche eventi estremi possono accadere.
  • Prepararsi in anticipo: avere un piano familiare e strumenti (PoC Radio, kit di emergenza, punti di raccolta).
  • Agire senza aspettare gli altri: la prima reazione conta più di tutto.

Focus

Il Normality Bias, o pregiudizio di normalità, è un fenomeno psicologico che porta le persone a sottovalutare i pericoli nelle situazioni critiche. Anche quando gli allarmi sono evidenti, molti continuano a comportarsi come se nulla stesse accadendo, rimanendo ancorati alla routine quotidiana.

Il Normality Bias non è un segno di debolezza, ma un limite naturale della mente. Conoscere questo meccanismo è il primo passo per evitarne le trappole. In emergenza, chi riesce a rompere l’illusione della normalità guadagna tempo prezioso per salvarsi e aiutare gli altri.

IL PARDOSSO ITALIA TRA PAURA E RIFIUTO

Perché il prepping spaventa?

Cammini tra le notizie di questi giorni e sembra che il mondo ti cada addosso: guerra, blackout, tensioni in Polonia. Le persone ne parlano, si indignano, si arrabbiano. Poi, appena sentono nominare “prepping”, alzano un muro invisibile. È come se scattasse un riflesso: “No, meglio non pensarci, mi deprimo ancora di più.”

Eppure i dati del nostro sito raccontano bene la dinamica:

  • ci sono picchi enormi di visite quando accade qualcosa di grave;
  • subito dopo, silenzio, come se tutti avessero paura di restare intrappolati nei propri pensieri.

Il rifiuto emotivo

Non è un problema di visibilità. Non è nemmeno un problema di contenuti. È una reazione culturale ed emotiva:

  • Rigetto difensivo: se ci penso mi spavento, quindi fingo che non esista.
  • Associazione negativa: prepping = apocalisse, bunker, ansia.
  • Uso episodico: cerco informazioni solo quando l’ansia esplode, poi scappo via.

Un fenomeno tipicamente italiano

In altre parti del mondo il prepping è diventato un argomento di massa, discusso apertamente. In Italia resta confinato in una nicchia. Non perché non serva, ma perché parlarne tocca corde troppo profonde: quelle della paura.

Chi cerca Prepping Cittadino non è curioso per caso, ma perché ha sentito un campanello d’allarme. Quando l’allarme svanisce, molti preferiscono tornare alla normalità come se nulla fosse.

Due strade possibili

A questo punto la riflessione è chiara:

  • Accettare la nicchia: non puntare a numeri enormi, ma costruire una comunità piccola, fedele e consapevole.
  • Mascherare il concetto: non parlare di “prepping”, ma di resilienza, organizzazione familiare, gestione intelligente della casa. La sostanza resta, ma senza l’etichetta che spaventa.

La verità nuda e cruda

Il prepping funziona quando la paura bussa alla porta, ma poi viene rigettato per lo stesso motivo: nessuno vuole sentirsi intrappolato nell’ansia.
Il nostro compito non è alimentare questo circolo vizioso, ma trasformare il tema in qualcosa di pratico, concreto e umano.

Prepping Cittadino non vuole fare paura. Vuole essere un porto sicuro: un luogo dove trovare calma, buon senso e strumenti reali per affrontare le sfide moderne.

IL RIARMO GLOBALE DEL 2025: ANALISI

Il mondo sembra avanzare a occhi chiusi verso una nuova stagione di conflitti. Le spese militari superano ogni record, le alleanze si irrigidiscono, vecchie tensioni etniche riaffiorano. Il 2025 appare come il momento in cui la comunità internazionale prende atto che la corsa al riarmo non è più episodica, bensì strutturale. Con una differenza cruciale rispetto al passato: oggi le armi sono più sofisticate, i blocchi di potere più vasti, e le conseguenze potenzialmente devastanti.

Un quadro geopolitico instabile

Il contesto internazionale ricorda, per diffusione e intensità, l’atmosfera che precedette la Prima Guerra Mondiale. Non si tratta di crisi isolate: i diversi teatri si alimentano a vicenda, creando un effetto domino che amplifica l’instabilità.

Europa: la linea del fronte ucraina

La guerra tra Russia e Ucraina, entrata nel suo quarto anno, è ormai una guerra di logoramento. Mosca consolida le posizioni nel Donbass, mentre Kiev fatica a mantenere il fronte nonostante il sostegno occidentale. L’autorizzazione statunitense all’uso delle armi anche contro obiettivi russi segna un salto qualitativo. Intanto, Varsavia rafforza le truppe sul confine, Berlino raddoppia il budget della difesa e la NATO intensifica esercitazioni che simulano lo scenario dell’articolo 5.

Medio Oriente: tra Gaza e l’Iran

Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Israele ha lanciato nuove operazioni militari su Gaza, con un bilancio drammatico di vittime. La morte del presidente Raisi ha aperto una fase incerta in Iran, dove gli alleati regionali – Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen – alimentano tensioni lungo i corridoi energetici. Da un lato Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita; dall’altro Iran e suoi proxy: lo schema è quello di una contrapposizione permanente.

Asia-Pacifico: la nuova Guerra Fredda

Il confronto tra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan non ha precedenti dalla crisi del 1996. Le esercitazioni militari nello Stretto sono ormai quotidiane, i caccia cinesi superano con regolarità la linea mediana, e Washington rafforza la cooperazione con Giappone e Filippine. Ogni manovra rischia di trasformarsi in escalation non voluta.

Asia meridionale: Kashmir e rivalità atomiche

India e Pakistan vivono una fase di tensione acutissima. Attentati attribuiti a gruppi jihadisti hanno riacceso la miccia in Kashmir. Entrambi i Paesi hanno testato nuovi missili, mentre l’India, spinta da un nazionalismo crescente, rivendica l’annessione totale del territorio conteso. Il Pakistan cerca sostegno internazionale guardando a Pechino e Teheran.

La corsa agli armamenti

Il 2024 ha segnato un record assoluto: 2.718 miliardi di dollari spesi a livello mondiale, con un +9,4% rispetto all’anno precedente, secondo il SIPRI. È il decimo anno consecutivo di crescita, la più rapida dal dopoguerra.

  • Stati Uniti: 916 miliardi di dollari
  • Cina: 296 miliardi
  • Russia: 109 miliardi
  • India: 84 miliardi
  • Arabia Saudita: 75 miliardi

L’Europa cresce ancora di più: +16% in un solo anno, spinta dal conflitto ucraino. Non si tratta di una fiammata momentanea, ma di una trasformazione sistemica delle priorità.

Percentuale sul PIL

  • Russia: 7,1% del PIL in spese militari.
  • Ucraina: 34% del PIL, trasformata in economia di guerra.
  • Israele: 8,8%, sotto la pressione del conflitto a Gaza.

Ben 18 Paesi NATO hanno raggiunto l’obiettivo del 2% nel 2024, contro gli 11 dell’anno prima. È una corsa che sembra non avere freni.

Aumenti nazionali più rilevanti

  • Polonia: +31%, con 38 miliardi di dollari investiti (4,2% del PIL).
  • Germania: +28%, con un fondo speciale oltre i 100 miliardi di euro.
  • Danimarca: ha annunciato il 3% del PIL entro il 2025.
  • Belgio: accelera per raggiungere il 2%.

L’UE spinge con il piano “Readiness 2030”, 800 miliardi di euro fino al 2030 per difesa comune, produzione bellica e cyber-security.

Somiglianze con il 1914

Le analogie con la vigilia della Prima Guerra Mondiale sono impressionanti:

  • Corsa alle armi: allora navi corazzate e artiglieria, oggi droni, missili ipersonici e cyberwarfare.
  • Tensioni economiche: protezionismo, dazi e blocchi commerciali segnano un ritorno alla logica degli imperi.
  • Nazionalismi e conflitti etnici: dal Kashmir al Medio Oriente, scintille locali rischiano di incendiare intere regioni.
  • Alleanze rigide: come la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza, oggi NATO, Quad e BRICS creano blocchi contrapposti.

Le istituzioni multilaterali faticano a mediare: l’ONU paralizzata dai veti, l’OMC marginalizzata, i forum internazionali ridotti a palcoscenici polemici.

Conseguenze politiche ed economiche

  • Debito e pressione fiscale: il 2% del PIL in spese militari destabilizza bilanci già gravati dal post-pandemia.
  • Diplomazia in stallo: la deterrenza sostituisce il dialogo, le esercitazioni militari sostituiscono i negoziati.
  • Industria bellica mobilitata: negli USA le scorte di munizioni rischiano di esaurirsi in pochi giorni in caso di guerra ad alta intensità. È già partita la riconversione industriale.

Una fase prebellica sistemica

Il parallelo con il 1914 non è solo suggestivo, ma strutturale. Cinque fattori lo confermano:

  • Riarmo accelerato e diffuso.
  • Blocchi contrapposti e sempre meno flessibili.
  • Crisi etniche e religiose locali a rischio detonazione.
  • Protezionismo che frammenta l’economia globale.
  • Diplomazia paralizzata.

Con una differenza sostanziale: la tecnologia moderna rende il rischio ancora più alto. L’uso di droni autonomi, cyber-attacchi e arsenali nucleari porta la minaccia oltre ciò che era immaginabile un secolo fa.

Il pericolo maggiore non è lo scoppio improvviso di una guerra mondiale, ma la normalizzazione della tensione, che porta gli Stati a vivere in un conflitto permanente “a bassa intensità”, pronto a trasformarsi in qualcosa di più grande.

Focus

Il 2025 segna una svolta: la difesa è tornata al centro delle politiche globali. La storia ci ricorda che le guerre non esplodono per caso, ma quando i margini di manovra si restringono fino a scomparire. La sfida, oggi, è capire se esiste ancora spazio per disinnescare questa spirale.

L’abitudine alla tensione è la vera trappola del nostro tempo. Ed è da lì che potrebbe nascere il prossimo grande disastro.

L’ITALIA LAVORA A UN PIANO PER GLI OSPEDALI IN CASO DI GUERRA

Ecco un riassunto dell’articolo “Anche l’Italia lavora a un piano per gli ospedali in caso di guerra: cosa sappiamo” (Sky TG24, 14 set 2025):

Contesto

  • Il conflitto Russia-Ucraina e recenti episodi (es. droni russi che sorvolano la Polonia) hanno acceso le preoccupazioni in Europa su possibili escalation.
  • Paesi come Francia e Germania stanno già predisponendo misure per preparare la rete ospedaliera a gestire feriti militari in caso di guerra.

Cosa sta facendo l’Italia

Interlocuzioni istituzionali

  • Coordinamento tra Palazzo Chigi, il ministero della Difesa e il ministero della Salute.
  • È stato istituito un “Tavolo permanente in materia di resilienza di soggetti critici” tramite decreto. Questo organismo ha circa 10 membri.
  • Il tavolo si è già riunito più volte.

Strategia in via di definizione

  • Si sta lavorando a una strategia sulla resilienza in campo sanitario, per definire i ruoli e le responsabilità di istituzioni, enti e strutture sanitarie nell’affrontare emergenze sanitarie su vasta scala.
  • Vengono considerati scenari estremi: incidenti C.R.B.N. (chimici, radiologici, biologici, nucleari) e anche la possibilità che vengano attivati gli articoli 3 e 5 del Trattato Atlantico (rispettivamente mutua assistenza & difesa collettiva).

Possibili scenari operativi

  • Si ipotizza che gli ospedali dovranno essere pronti a gestire un afflusso di feriti militari, con bisogni particolari come la traumatologia e le terapie intensive.
  • Si prevede anche che la Protezione Civile avrà un ruolo chiave, nell’organizzazione, nella gestione dei posti letto e nella risposta alle crisi.

Criticità e dichiarazioni

  • Alcuni esperti sottolineano che in Italia non c’è ancora una piena consapevolezza pubblica della situazione, intendendo che molti cittadini non percepiscono l’attuale contesto come “prebellico”.
  • Si evidenzia la necessità che le istituzioni non si muovano “troppo tardi”, ma inizino subito a coordinarsi concretamente, come già avviene in Francia e Germania.

ITALIA: PREPPING IN CRISI?

Con questo articolo intendiamo proporre un’analisi pragmatica sullo stato reale del PREPPING in Italia. Per evitare congetture e discorsi prolissi, abbiamo scelto un approccio diretto e concreto: affidarci a uno schema chiaro ed essenziale, che vale più di mille parole.

Andamento generale

  • Il prepping non è in crisi totale, ma sta vivendo una trasformazione.
  • Durante la pandemia (2020–2021) ha avuto un boom enorme, con milioni di persone che hanno scoperto il concetto di scorte alimentari, comunicazioni alternative, autosufficienza.
  • Dopo quella fase, l’interesse è calato nei media generalisti, ma non è scomparso nelle comunità di base: si è spostato in canali più settoriali (forum, Telegram, Discord, piccoli blog locali).

Situazione attuale (2024–2025)

  • Eventi come blackout locali, alluvioni urbane, conflitti in Europa, cyberattacchi e interruzioni dei pagamenti in Polonia hanno riportato l’attenzione sul tema.
  • In Italia e in Europa non si parla molto di “prepping” con quel nome, ma di resilienza, protezione civile, sicurezza familiare: i concetti sono simili, solo che cambiano le etichette.
  • In USA il prepping rimane forte, ma è polarizzato: da un lato i “prepper apocalittici” (armi, bunker), dall’altro chi lo interpreta come buona gestione domestica e familiare.

Interesse online

  • I dati di Google Trends mostrano un calo della parola prepping” come termine secco, ma una crescita di ricerche correlate: blackout, sopravvivenza urbana, kit emergenza, comunicazioni alternative.
  • Questo suggerisce che le persone non usano più tanto l’etichetta “prepping”, ma continuano a cercare soluzioni pratiche.
  • In Italia, la narrazione dominante resta “Protezione Civile” e “emergenze meteo”, ma il bisogno di strumenti personali cresce.

Percezione pubblica

  • Il prepping non è mainstream, spesso viene visto con un po’ di sospetto (“allarmismo”, “americanata”), ma non è ignorato.
  • In realtà, molti comportamenti di prepping (scorte alimentari, powerbank, radio alternative, gruppi familiari) vengono adottati senza essere chiamati prepping.
  • Questo significa che la pratica rimane utile e diffusa, anche se il marchio culturale “prepper” non è più al centro della scena.

Focus

Il prepping non è morto né in crisi totale, ma sta cambiando forma:

  • meno “brand visibile”,
  • più comportamenti quotidiani normalizzati,
  • più legato a contesti specifici (famiglia, black-out, emergenze locali).

In altre parole: oggi non tutti dicono di essere prepper, ma molti si comportano già come tali senza rendersene conto.

POLONIA: MASSICCIA INTERRUZIONE DEI PAGAMENTI ELETTRONICI

13 settembre 2025 – Ecco un aggiornamento su cosa è successo oggi in Polonia con il grande blackout dei pagamenti elettronici — utile anche come case study per la resilienza urbana.

Cosa è successo

  • È scoppiata una massiccia interruzione dei pagamenti elettronici: le segnalazioni arrivavano da tutta la Polonia, dagli utenti di supermercati, stazioni di servizio, negozi.
  • Blocco transazioni con carte bancarie (inclusi Visa, Mastercard) né con il sistema BLIK.
  • L’interruzione sembra sia dovuta a problemi nei terminali di pagamento e nel sistema dell’operatore eService.

Quando è accaduto

  • Le prime segnalazioni gravi sono emerse intorno a mezzogiorno (ca. 12:00), con un picco di problemi segnalati su Downdetector attorno alle 13:30-14:00.
  • Verso le 14-14:30, l’operatore ha comunicato che la maggior parte delle funzioni era tornata operativa.

Cosa dicono le fonti ufficiali

  • eService ha confermato il guasto, che ha riguardato i servizi di pagamenti cashless, ed ha dichiarato che il team tecnico ha lavorato intensamente per ristabilire il servizio.
  • Il Ministero della Digitalizzazione ha detto che al momento non ci sono prove che sia stato un attacco esterno, ma la causa esatta è ancora in via di accertamento.

Impatto concreto

  • Clienti rimasti senza la possibilità di usare le carte, code lunghe nei negozi, alcuni acquisti rimandati o pagati in contanti.
  • Coinvolti molti settori: supermercati (Lidl, Biedronka), stazioni di servizio, pagamenti con POS, con BLIK.

Lezioni per la resilienza urbana

Questo episodio è un promemoria utile che anche l’infrastruttura “invisibile” — sistemi di pagamento digitale — può diventare un punto di rottura in situazioni normali.

Ecco qualche riflessione:

  • Sempre una alternativa pronta: portare contanti di emergenza, anche se non è la norma.
  • Ridondanza nei mezzi di pagamento: avere più carte, app, soluzioni offline può aiutare.
  • Comunicazione rapida: operatori, banche, autorità devono informare velocemente per ridurre panico e disagi.
  • Monitoraggio: servizi come Downdetector funzionano come sistema di allarme sociale: valutare segnalazioni anonime può aiutare a capire scala e ubicazione dei problemi.
  • Piani di crisi aziendali/locali: negozi, enti locali, supermercati dovrebbero sapere come reagire (es. accettare contanti, comunicare ai clienti) in caso di blackout digitale.

ALFA FOXTROT: LA RISPOSTA

12 SETTEMBRE 2025: Buonasera a tutti. Rileggevo gli articoli di giornale di qualche mese fa e quelli più recenti dei giorni scorsi inerenti il forte maltempo che ha interessato la Toscana e l’area del grossetano dove vivo. Interi paesi sommersi dall’acqua e dal fango, danni ingenti a cose e persone. Mi rendo conto di quanto siamo “piccoli” ed “esposti ” quando l’energia della natura si scatena. A prescindere dalla filosofia di base propria della Protezione Civile, previsione e prevenzione, sono del parere che, sempre nel nostro piccolo, avere un minimo di organizzazione familiare e comunitaria, sapere senza indugio come comportarsi in certe situazioni e come gestire le emozioni senza farci inibire dal panico, può fare la differenza tra la vita e la morte. È per questo che apprezzo e ritengo importante il lavoro di PocRadioItalia che, con le loro dispense sul Preppering, semplici ed immediate, hanno gettato delle basi sicure che volendo si potranno approfondire per poterci permettere la sopravvivenza in circostanze complicate e non mi sembra poco. Alfa Foxtrot (vedi fonte post originale)

Caro amico,
le tue parole arrivano dritte al cuore. Non sono frutto di teoria, ma di esperienza vissuta sulla pelle: vedere il proprio territorio sommerso dall’acqua e dal fango lascia segni che non si cancellano facilmente.

Hai colto un punto che spesso si sottovaluta: la nostra fragilità. Di fronte alla forza della natura, la tecnologia e le comodità quotidiane spariscono in un istante. Restano solo le persone, le relazioni e la capacità di mantenere lucidità.

Quando scrivi che “avere un minimo di organizzazione familiare e comunitaria, sapere senza indugio come comportarsi e come gestire le emozioni senza panico può fare la differenza tra la vita e la morte”, centri in pieno l’essenza del prepping cittadino. Non servono scenari apocalittici, serve concretezza.

Andare controcorrente

Permettici di aggiungere alle tue preziose riflessioni anche la nostra. L’esperienza di PoC Radio Italia, con strumenti come le ALLERETE LPL e il progetto Prepping Cittadino, sta andando fortemente controcorrente. Questo perché alla sua base non c’è il sensazionalismo né la fabbrica speculativa della paura, ma un’etica quasi dimenticata.

Siamo in pochi, è vero. Ma proprio per questo chi partecipa attivamente dimostra di avere ancora dentro quei valori che ci rendono umani e che ci danno dignità. In un mondo che corre verso l’egoismo e che alimenta catastrofismi — basta accendere la TV o guardare certi film — noi proviamo a dare un segnale diverso: non paura, ma consapevolezza che anche nelle situazioni peggiori se preparati possiamo farcela.

Non è un caso se l’esperienza di PoC Radio Italia è stata più volte attaccata. Ma chi attacca, di solito, non costruisce. E non potrà mai far parte di un progetto che nasce per preservare valori autentici, quelli che dovrebbero appartenere a tutti ma che troppo spesso vengono dimenticati.

Una piccola risposta alle difficoltà

Incoraggiare proprio ciò che ci rende ancora umani: l’aiuto reciproco, la comunità, la dignità … perché queste sono le prime cose che le difficoltà cercano di portarci via.

Carissimo Alfa Foxtrot

La tua testimonianza dimostra che la resilienza non è solo tecnica ma anche etica. Prepararsi significa avere strumenti pratici, sì, ma soprattutto coltivare quei valori che ci rendono capaci di affrontare insieme il peggio, senza perdere ciò che siamo.

Grazie per la tua riflessione.