La recente correzione del Bitcoin non è stata un semplice ritracciamento tecnico. Dai massimi storici di 127.000 dollari registrati nell’ottobre 2025, la criptovaluta è scesa fino a sfiorare quota 60.000 dollari, rompendo al ribasso la soglia psicologica dei 70.000 e segnando un calo superiore al 52% nel giro di pochi mesi. È il peggior ribasso dal 2022.

A questi livelli il Bitcoin capitalizza circa 1.400 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 2.600 miliardi raggiunti al picco. Nella classifica degli asset globali per valore di mercato è scivolato al tredicesimo posto. Per confronto, l’oro capitalizza circa 35.200 miliardi di dollari, l’argento 4.630 miliardi, Nvidia 4.620 miliardi, mentre Tesla viaggia attorno a 1.500 miliardi.

La volatilità non è stata solo “di prezzo”. Secondo i dati di Coinglass, tra giovedì e venerdì scorsi sono stati liquidati 1,25 miliardi di dollari di posizioni in 24 ore, principalmente su contratti a leva. Questo significa che operatori indebitati hanno visto le proprie posizioni chiuse forzatamente, amplificando il ribasso.

È in questo contesto che è tornata a circolare l’espressione “spirale della morte”, evocata dal gestore Michael Burry. Il meccanismo è noto nei mercati finanziari: il calo del prezzo genera margin call, le margin call generano vendite forzate, le vendite forzate deprimono ulteriormente il prezzo, innescando un ciclo autoalimentato.

Il punto critico si trova nell’area dei 50.000 dollari. A quel livello diversi operatori industriali del settore, in particolare i miner quotati, entrerebbero in una zona di forte stress finanziario. I costi medi di mining, considerando energia, ammortamenti hardware e spese operative, oscillano oggi tra i 35.000 e i 45.000 dollari per Bitcoin a seconda dell’efficienza dell’impianto. Con un prezzo a 50.000 dollari, i margini si assottigliano drasticamente; sotto tale soglia molti impianti meno efficienti opererebbero in perdita.

Società come Mara Holdings o Riot Platforms hanno bilanci fortemente esposti al prezzo del Bitcoin. Un ribasso prolungato ridurrebbe i flussi di cassa e potrebbe compromettere la sostenibilità del debito.

Il caso più emblematico resta però quello di Strategy, la maggiore tesoreria aziendale in Bitcoin. Al 5 febbraio 2026 la società deteneva 713.502 Bitcoin. Ai prezzi attuali, circa 60.000 dollari, il controvalore si avvicina ai 50 miliardi di dollari. La capitalizzazione di mercato della società è di circa 46 miliardi.

Nel solo 2025 Strategy ha raccolto 25,3 miliardi di dollari tramite emissioni di azioni e debito per acquistare Bitcoin. A gennaio ha comprato ulteriori 41.000 BTC per un valore attuale di circa 2,8 miliardi. Tuttavia il quarto trimestre si è chiuso con una perdita contabile di 12,4 miliardi di dollari dovuta agli aggiustamenti di fair value sul portafoglio.

La società dichiara di avere una riserva di 2,25 miliardi di dollari, sufficiente a coprire circa 2,5 anni di dividendi sulle azioni privilegiate e interessi sul debito. Ma se il Bitcoin scendesse del 10% dai livelli attuali, scivolando verso 54.000 dollari, il valore del portafoglio si ridurrebbe di oltre 4 miliardi. Una discesa verso 50.000 dollari comporterebbe una riduzione di circa 7 miliardi rispetto ai livelli correnti, comprimendo ulteriormente l’equity e rendendo più complesso l’accesso ai mercati dei capitali.

Secondo le stime di mercato, oltre 200 società quotate detengono Bitcoin nei propri bilanci. L’esposizione complessiva corporate rimane comunque contenuta rispetto alla dimensione del mercato globale dei capitali. Con una capitalizzazione intorno a 1.400–1.500 miliardi di dollari e una diffusione ancora limitata tra le famiglie, il rischio sistemico appare circoscritto.

Resta il nodo del ruolo “difensivo” della criptovaluta. In uno scenario di tensioni geopolitiche e dollaro debole, oro e argento hanno toccato nuovi massimi. Il Bitcoin, invece, ha mostrato una correlazione crescente con gli asset rischiosi. Questo indebolisce la narrativa dell’“oro digitale”.

Sul fronte opposto, gli analisti rialzisti indicano target ambiziosi. Gautam Chhugani di Bernstein prevede un prezzo di 150.000 dollari entro fine anno, sostenuto da quattro fattori: presidenza statunitense favorevole al settore, sviluppo degli ETF spot, crescente adozione istituzionale come asset di riserva e supporto di grandi operatori come BlackRock.

I numeri, quindi, delineano due traiettorie opposte. Con un prezzo stabilizzato sopra i 60.000 dollari, il mercato potrebbe aver già scontato l’eccesso di leva e ripartire. Ma sotto i 50.000 dollari si aprirebbe una fase in cui miner, società a leva e operatori indebitati sarebbero costretti a liquidare, alimentando la dinamica che alcuni chiamano “spirale della morte”.

Concludendo la nostra analisi: non è la dimensione assoluta del Bitcoin a determinare il rischio, ma la leva finanziaria costruita attorno ad esso. Finché la leva resta gestibile, la volatilità è fisiologica. Quando la leva diventa eccessiva, la spirale non è più una metafora, ma una meccanica di mercato.