La Banda Cittadina non è scomparsa perché fosse inefficace, obsoleta o tecnicamente superata. È stata abbandonata perché il contesto umano e sociale che la rendeva necessaria è stato progressivamente anestetizzato. Non sostituito, ma anestetizzato. La CB nasce e prospera in un’epoca in cui comunicare a distanza non è un gesto automatico, ma una scelta consapevole, spesso faticosa, che richiede attenzione, disciplina minima e presenza mentale. Quando la comunicazione diventa invisibile, sempre disponibile, apparentemente gratuita e senza attrito, strumenti come la CB smettono di sembrare utili, non perché non funzionino, ma perché ricordano che comunicare è un atto, non un riflesso.

Il primo vero colpo alla CB non è stato Internet, ma il telefono cellulare. Non per motivi tecnici, ma culturali. Il cellulare ha spostato la comunicazione dal piano collettivo a quello individuale, dal “chi ascolta può intervenire” al “parlo solo con chi voglio io”. La CB era uno spazio condiviso, rumoroso, imperfetto, ma aperto. Il telefono ha introdotto la bolla privata. Questo cambiamento ha modificato il modo in cui le persone percepiscono il valore della comunicazione: non più strumento di coordinamento o di scambio spontaneo, ma servizio personalizzato, filtrato, silenzioso verso l’esterno.

Con l’arrivo degli smartphone, la disconnessione tra utilità reale e percezione di utilità si è completata. Mappe, messaggi, social, gruppi, notifiche, tutto concentrato in un unico oggetto che promette controllo totale e immediatezza. In questo scenario la CB appare lenta, grezza, limitata. Non perché lo sia in senso assoluto, ma perché non segue la logica dell’efficienza percepita. Richiede di ascoltare prima di parlare. Costringe a sintetizzare. Espone all’errore umano. Non protegge dall’imprevisto, lo rende evidente. In una cultura che rimuove sistematicamente il concetto di fallimento e di rumore, questo è diventato inaccettabile.

Un altro fattore determinante è stato il progressivo spostamento della tecnologia verso infrastrutture sempre più complesse e opache. La CB funziona perché è semplice. Proprio per questo è stata considerata povera. L’idea dominante degli ultimi trent’anni è che più una tecnologia è sofisticata, più è affidabile. In realtà è vero il contrario in contesti di stress: più strati, più dipendenze, più punti di rottura. La CB non richiede account, server, aggiornamenti, autenticazioni, torri intelligenti o sincronizzazioni. Ma questa semplicità è stata letta come arretratezza, non come resilienza.

C’è poi un aspetto meno dichiarato, ma decisivo: la perdita di cultura tecnica diffusa. La CB presuppone una minima comprensione del mezzo, del contesto radioelettrico, dell’ambiente in cui si opera. Non è plug-and-forget. Richiede attenzione all’antenna, all’installazione, al rumore, alla propagazione. Con il tempo, la società ha delegato completamente la comprensione tecnica agli specialisti, trasformando gli utenti in consumatori passivi. In questo scenario, uno strumento che funziona meglio quanto più l’operatore è consapevole diventa scomodo. Non fallisce, viene semplicemente messo da parte.

Infine, la CB è stata abbandonata perché non promette nulla. Non garantisce copertura. Non assicura risposta. Non vende sicurezza. Offre solo una possibilità concreta: se qualcuno ascolta, puoi comunicare. In un mondo costruito su promesse di affidabilità totale, questa onestà è stata interpretata come debolezza. Ma è esattamente questa assenza di marketing, questa nudità funzionale, che oggi la rende di nuovo rilevante. La CB non è morta. È stata lasciata indietro da una società che ha confuso comodità con solidità.